“Il teatro ha un ruolo, un ruolo nobile” | GMT 2020

By 26 Marzo 2020News
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Come ogni anno, il 27 marzo si festeggia la Giornata Mondiale del Teatro. Quest’anno, però, c’è qualcosa di diverso: i teatri, tra i luoghi di aggregazione per eccellenza, devono rimanere chiusi; i teatranti, che per natura si espongono, parlano, si confrontano, sono costretti nelle loro case come tutti quanti.

È un momento di sofferenza per tanti, un momento di incertezze e vuoti, che tuttavia non ha spento la speranza in tantissime anime che hanno a cuore il destino del teatro, non solo come spazio fisico, ma come zona franca in cui essere se stessi e uscire da se stessi, all’occorrenza.

Così anche noi ci siamo adattati, vedendo e parlando con i nostri ragazzi in via digitale, ringraziando ogni giorno la tecnologia che ci assiste. Non vogliamo rinunciare nemmeno a festeggiare a modo nostro questa giornata, se non altro dedicandole un pensiero, fiduciosi che torneremo sul palcoscenico.

Riportiamo ora il pensiero scritto dal regista, giornalista e drammaturgo Shahid Nadeem, l’autore designato per il messaggio di quest’anno.

Buona fortuna a noi!

È per me un grande onore scrivere il Messaggio per la Giornata Mondiale del Teatro del 2020. Quella che provo è una sensazione di umiltà, ma è davvero entusiasmante pensare che la ITI – l’ente teatrale oggi più influente e rappresentativo a livello mondiale – abbia scelto il teatro pakistano e il Pakistan stesso. Questo onore è anche un tributo a Madeeha Gauhar, icona del teatro e fondatrice del Teatro Ajoka – oltre che mia compagna di vita – morta due anni fa. Il team del teatro Ajoka ha percorso una strada lunga e dura, passando letteralmente da Strada a Teatro. Ma questa è la storia di molti altri gruppi teatrali, ne sono certo. La traversata non è mai facile né priva di intoppi. È sempre una battaglia.
Provengo da un paese prevalentemente musulmano, che ha visto succedersi diverse dittature militari, l’orribile massacro di estremisti religiosi e tre guerre con la vicina India, con la quale condividiamo migliaia di anni di storia e patrimonio culturale. Oggi viviamo ancora con la paura di una vera e propria guerra con la nostra vicina gemella, addirittura una guerra nucleare, dato che entrambi i paesi possiedono le armi.
A volte per scherzo diciamo: “I cattivi tempi sono buoni per il teatro.” Non mancano le sfide da affrontare, le contraddizioni a cui essere esposti e gli status quo da sovvertire. Il mio gruppo teatrale, io e Ajoka facciamo i funamboli su questa corda da oltre 36 anni. È proprio come camminare su una fune tesa: mantenere l’equilibrio tra intrattenimento ed educazione; tra indagare e imparare dal passato e prepararsi per il futuro; tra libera espressione creativa e scontri decisivi con le autorità; tra teatro socialmente critico ed economicamente sostenibile; tra l’idea di raggiungere le masse ed essere all’avanguardia. Si potrebbe dire che chi fa teatro debba essere un prestigiatore, un mago.
In Pakistan è esistita una netta divisione tra Sacro e Profano. Per il Profano non c’è spazio per l’indagine religiosa, mentre per il Sacro non c’è la possibilità di un dibattito aperto e per nuove idee. In effetti l’ordine conservatore considera arte e cultura come inammissibili nei propri ‘giochi sacri’. Quindi, il campo di gioco per gli artisti performer è sempre stato come una corsa a ostacoli. Prima devono dare prova delle proprie credenziali in qualità di bravi musulmani e ligi cittadini, oltre a provare a stabilire che danza, musica e teatro sono ‘ammessi’ nell’Islam. Un grosso numero di musulmani osservanti sono quindi sempre stati riluttanti ad abbracciare le arti performative, anche se gli elementi di danza, musica e teatro sono parte della loro vita di tutti i giorni. E poi siamo incappati in una sub-cultura che aveva il potenziale di portare Sacro e Profano sullo stesso livello.
Durante il regime militare in Pakistan negli anni ’80, Ajoka è stato fondato da un gruppo di giovani artisti che hanno sfidato la dittatura per mezzo di un teatro del dissenso socialmente e politicamente forte. Hanno scoperto che il loro sentimenti, la loro rabbia, la loro angoscia erano stati espressi in maniera stupefacente da un bardo Sufi vissuto 300 anni fa. Si tratta del grande poeta Sufi Bulleh Shah. Ajoka ha scoperto di poter realizzare dichiarazioni politicamente esplosive per mezzo della sua poesia, sfidando l’autorità politica corrotta e il bigotto ordine religioso. Le autorità poteva vietare e mettere al bando noi, ma non un poeta popolare e riverito come Bulleh Shah (4). Abbiamo scoperto che la sua vita era stata drammatica e radicale come la sua poesia, che gli aveva guadagnato fatwa ed esilio durante la sua vita. Poi scrissi “Bulha”, un testo teatrale sulla vita e la lotta di Bulleh Shah. Bulha, come viene affettuosamente chiamato dalle masse dell’Asia meridionale, apparteneva a una tradizione di poeti Sufi Punjabi che sfidarono senza timore l’autorità degli imperatori e dei demagoghi del clero con la loro poesia e le loro azioni. Scrivevano delle aspirazioni delle masse, usando la lingua del popolo. Nella musica e nella danza individuarono i mezzi per arrivare alla diretta associazione tra Uomo e Dio, aggirando con disdegno gli approfittatori intermediari religiosi. Rifiutarono le divisioni di genere e di classe e guardarono al pianeta con meraviglia, come manifestazione dell’Onnipotente. Il Ministero per l’Arte di Lahore rifiutò il copione sostenendo che non si trattava di una rappresentazione teatrale ma semplicemente di una biografia. Però, quando il testo venne rappresentato in una location alternativa – il Goethe Institute – il pubblico vide, capì e apprezzò il simbolismo presente nella vita e nella poesia di questo poeta del popolo. Si poterono identificare in toto con la sua vita e sui tempi, vedendovi rispecchiate le loro stesse vite e il loro presente.
Quel giorno del 2001, nasceva un nuovo tipo di teatro. Divennero parte dell’opera teatrale la musica devota Qawwali, la danza Dhamal Sufi e la recitazione di poesia motivante, e addirittura il canto meditativo Zikir. Un gruppo di Sikhs che si trovavano in città per partecipare a una conferenza Punjabi e avevano fatto un salto a vedere la rappresentazione, alla fine invasero il palcoscenico, abbracciando e baciando gli attori e piangendo. Stavano condividendo per la prima volta il palco con Punjabi musulmani dopo la Divisione dell’India del 1947, che era risultata nella separazione di Punjab secondo linee comunitarie. Bulleh Shah si era rivelato caro a loro quanto lo era stato per i Punjab musulmani: perché il Sufi trascende le divisioni religiose o comunitarie.
Questa memorabile première fu seguita dall’odissea indiana di Bulleh Shah. Iniziando con un tour pioneristico della parte indiana del Punjab, “Bulha” fu rappresentato in India per lungo e per largo, addirittura in tempi di gravi tensioni tra i due paesi e in luoghi dove il pubblico adorò ogni momento dello spettacolo, pur non sapendo una sola parola di Punjabi. Mentre le porte del dialogo politico e della diplomazia venivano chiuse una per una, le porte dei teatri e dei cuori del pubblico indiano rimasero spalancati. Durante il tour di Ajoka nel Punjab indiano nel 2004, dopo una performance accolta calorosamente da un pubblico rurale composto da migliaia di persone, un uomo venne piangendo dall’attore che ricopriva il ruolo del grande Sufi. L’anziano era accompagnato da un giovane. “Mio nipote è molto malato: vorrebbe per cortesia graziarlo con una benedizione.” L’attore rimase sorpreso e disse: “Babaji, non sono Bulleh Shah. Sono solo un attore che interpreta questo ruolo.” L’anziano signore iniziò a piangere e disse: “La prego, benedica mio nipote, so che guarirà, se lo farà.” Suggerimmo all’attore di assecondare il desiderio dell’uomo. L’attore diede al ragazzo una benedizione. L’anziano rimase soddisfatto. Prima di andarsene, disse queste parole: “Figliolo, non sei un attore, sei una reincarnazione di Bulleh Shah, sei il suo Avatar.” Improvvisamente ci apparve evidente un concetto di teatro e di recitazione completamente nuovo, dove l’attore diventa la reincarnazione del personaggio che sta rappresentando.
Nei 18 anni di tournée con “Bulha”, abbiamo notato una risposta simile da un pubblico apparentemente inesperto, per cui la performance non è solo un intrattenimento o un’esperienza di stimolazione intellettuale, ma un incontro spirituale capace di rimescolare gli animi. In effetti, l’attore che recitava il ruolo del Maestro Sufi di Bulleh Shah fu talmente influenzato dall’esperienza che divenne lui stesso un poeta Sufi, e da allora ha pubblicato due raccolte di poesie. Gli artisti coinvolti nella produzione hanno affermato che quando la performance ha inizio, loro sentono lo spirito del Bulleh Shah tra loro e il palcoscenico sembra essere elevato a un piano superiore. Uno studioso indiano scrisse un articolo sulla rappresentazione e lo intitolò: “Quando il teatro diventa uno Tempio.”
Io sono un laico e il mio interesse per il Sufismo è prevalentemente secolare. Mi interessano di più gli aspetti performativi e artistici dei poeti Sufi Punjabi, ma il mio pubblico – che potrebbe non essere estremista o bigotto – possiede magari sincere convinzioni religiose. Esplorare storie come quella di Bulleh Shah, e ce ne sono tante in tutte le culture, può diventare un ponte tra noi, persone di teatro, e un pubblico inconsapevole ma entusiasta. Insieme possiamo scoprire la dimensione spirituale del teatro e costruire ponti tra il passato e il presente, fungendo da guida per un futuro che è il destino di tutte le comunità: credenti e non credenti, attori, anziani e i loro nipoti.
Il motivo per cui condivido la storia di Bulleh Shah e la nostra esplorazione di un genere di Teatro Sufi è che, mentre ci esibiamo sul palcoscenico, a volte veniamo portati via dalla nostra filosofia di teatro, dal nostro ruolo di messaggeri di cambiamento sociale, e così facendo ci lasciamo alle spalle una grossa sezione delle masse. Nel nostro impegno con le sfide del presente, ci priviamo delle possibilità di un’esperienza spirituale profondamente toccante che il teatro potrebbe fornirci. Nel mondo di oggi in cui l’intolleranza, l’odio e la violenza aumentano sempre di più, le nazioni sembrano essere schierate contro altre nazioni, i credenti combattono contro altri credenti e le comunità vomitano odio contro altre comunità… e nel frattempo bambini muoiono di malnutrizione e madri di parto per la mancanza di una pronta assistenza medica, e fioriscono ideologie di odio. Il nostro pianeta sta precipitando sempre più in una catastrofe climatica, e già si sente il rumore degli zoccoli dei cavalli, mentre i quattro Cavalieri dell’Apocalisse arrivano al galoppo. Dobbiamo ridare vigore alla nostra forza spirituale, dobbiamo combattere l’apatia, l’indolenza, il pessimismo, l’avidità e il disprezzo per il mondo in cui viviamo, per il Pianeta in cui viviamo. Il teatro ha un ruolo, un ruolo nobile, nel dare energia e spingere l’umanità a risollevarsi dalla sua caduta nell’abisso. Il teatro può trasformare il palcoscenico, lo spazio dello spettacolo, rendendolo qualcosa di sacro.
Nell’Asia del sud, gli artisti toccano con riverenza le assi del palcoscenico prima di salirvi sopra, secondo un’antica tradizione che risale a un tempo in cui lo spirituale e il culturale si intrecciavano. È tempo di riguadagnare questa relazione simbiotica tra l’artista e il pubblico, tra il passato e il futuro. Fare teatro può essere un atto sacro e gli attori possono davvero diventare gli avatar dei ruoli che interpretano. Il teatro ha il potenziale per diventare un tempio e il tempio uno spazio dello spettacolo.

Shahid NADEEM, Pakistan

Traduzione a cura di Annalisa Lovat, Compagnia Teatrale Colonna Infame UILT Veneto